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Mirabile divano universitario

Un’ottima edizione di “tutto” il poeta persiano Il comparatista o il germanista sono soliti pronunciare il nome di Hafez (1320 circa-1390) con percepibile rispetto, con la stessa riverenza che userebbero nei confronti di Dante o Shakespeare. Loro sanno : fu uno dei più grandi poeti persiani di tutti i tempi, forse il più grande. Il comparatista ne ha incontrato tracce più volte, nella babele della querelle traduttologica o in raffinati studi sulle possibili origini comuni delle civiltà letterarie medievali dell’Europa e del mondo islamico, o ancora in quelle escursioni monotematiche ai confini degli interregni spirituali (del tipo : letteratura mistica), di volta in volta, scovandola dietro una differente trascrizione : Hafez, Hafes, Hafis ecc. Lo studioso di letterature comparate non ignora il debito hafeziano di Geothe, il proto-comparatista, colui che avallò l’idea di una Weltliteratur – anzi, si potrebbe dire che l’alleamza weimariana con la Persia sia un atto fondante della sua disciplina, come la mela che cadde in testa a Newton lo fu per la fisica contemporanea. La questione si fa seria dunque anche per il germanista : il West-oestliche Diwan, l’ultima raccolta di poesie di Goethe, in gran parte ispirata dal poeta di Sciraz, contribuì a rimescolare le carte della geo-poetica tedesca del diciannovesimo secolo. Goethe non recepì Hafez per caso. La storia della loro Begegnung comincia a Strasburgo (coincidenze significative) dove il giovane poeta conobbe il suo primo maestro; Johann Gottfried Herder, il quale non solo lo vinse alle saghe nordiche e ai canti ossianici, ma gli accese in petto l’interesse per il mondo islamico e la poesia medievale persiana. Allora però mancava una traduzione. Quarant’anni dopo ci pensò Josef von Hammer-Purgstall, il cui lavoro (1812-13) non entusiasmò soltanto il Geothe, ma tutta una generazione di intellettuali. Attraverso quella versione Hafez conquistò i salotti viennesi e mitteleuropei, divenendo per molti letterati una sorta di mito. Così fu per August von Platen – una star del jet-set letterario di allora, il cui volume Ghaselen (1821) lasciò un marchio inconfondibile nella genealogia della letteratura tedesca – e Friedrich Rueckert – poeta, orientalista, allievo dello stesso Hammer-Purgstall e traduttore, oltrechè dell’amato Hafez, di Rumi e Firdusi. In Italia tuttavia, quel comparatista e quel germanista così consci dell’importanza di Hafez, così rispettosi nel pronunciare quell’eponimo imponente (Hafez significa, in persiano come in arabo, “colui che conosce a memoria (il Corano)”, hanno, quasi certamente, letto poco o niente delle sue opere, tutt’al più un paio di ghazal e e chissà in quale versione, tedesca, inglese o francese. Non possiamo quindi che salutare con gaudio la traduzione integrale con testo a fronte del suo Canzoniere, a cura di Stefano Pellò e Gianroberto Scarcia (Edizioni Ariele, pp.XXXII+732, € 65,00), un volume che non solo mostra la tenacia e la prestanza dei tessuti sani del nostro corpo accademico (il più delle volte i meno coccolati), ma che colma un lacuna editoriale, specialmente oggi, non più sostenibile. Penso qui a quanto sostiene in uno studio recente uno dei massimi conoscitori di Hafez, il persiano Baba al-Din Khorramashahi (citato in chiusura nell’introduzione del Pellò) : Hafez è la nostra memoria. La nostra mente, la nostra lingua, la nostra esistenza sono inscindibili da Hafez. Il suo Divan non è solo una raccolta di poesie, è il libro della nostra vita, la nostra autobiografia. (…) Perché egli, anziché essere un uomo perfetto,, è perfettamente umano”. Se ci disintossicassimo un poco da quel cinismo che abbiamo metabolizzato fin da piccoli, non avremmo difficoltà nel riconoscere nell’appassionata confessione di Khorramashahi un sano orgoglio glotto-culturale, lo stesso che un italiano potrebbe provare nei confronti di Petrarca. Vi è poi un dato di cui dovremmo tener conto . non c’è famiglia di cultura persiana che accanto al Corano non possegga un’edizione del Canzoniere del poeta di Sciraz. Al di là della notizia antropologicamente interessante, dovremmo forse cominciare a chiederci – giacchè, pare, ci consideriamo un po’ tutti “periti del terrore”, in grado di dare giudizi storico-culturali su qualsiasi meridiano del globo – quanto davvero conosciamo di quel paese, che è già cara grazia quando non viene confuso con l’Iraq, e di cui abbiamo quasi completamente dimenticato la parentela linguistica con l’Occidente europeo. Ma torniamo alla poesia. Il parallelismo con l’istitutore massimo delle nostre lettere calza perfettamente : “Hafez e Petrarca – come ricorda Scarcia nella premessa – sono contemporanei. Sono anche, rispettivamente, i rappresentanti per eccellenza del canone lirico classico, diciamo pure dell’Accademia, o della “normalità” del fare poesia, non solo in Italia e in Iran, ma nell’Occidente europeo e nell’Oriente islamico”. Tuttavia, prosegue l’orientalista : “se Petrarca è l’inventore di un sistema pressochè coevo alla nascita stessa della grande poesia e dell’espressione letteraria italiana, Hafez entra, immediatamente signoreggiandolo, in un sistema già costituito, già maturo e già raffinato da una lunga esperienza : sistema cui apporta ineguagliabili elementi di sintesi tra dimensione sensoriale e dimensione spirituale, tra spontanea pulsione anacreontica, serena occasione encomiastica e sincera pietà degli intenti”. Proprio questo imponderabile talento sintetico fa di Hafez, senza alcun dubbio, un poeta universale; ma, come tutti i grandi poeti, passibile di altrettanto galattici fraintendimenti. Si pensi solo all’eterna discussione sulla componente omoerotica dei suoi ghazal o alla diatriba sull’effettivo coefficiente mistico in essi contenuto, la quale reca in sé la pruriginosa questione dei motivi anacreontici, se questi siano interpretabili esclusivamente in chiave mistico-sufica odebbano essere riconosciuti nella loro piena dignità mimetica, specialmente là dove inconfondibile è il richiamo al vino e all’ebbrezza – temi,del resto, che non scomodano tanto, al contrario di quello che potremmo pensare, gli stessi filologi di Persia. Per parte sua, la filologia occidentale ha per ben due secoli dibattuto sulla “presunta incoerenza interna dei ghazal di Hafez”, giustificandola, non senza malizia, con fattori religioso-culturali : il carattere atomistico della civiltà islamica non sarebbe in grado di dare vita a un’opera poetica totale e organica. Conclusioni di questo tipo celano il desiderio di dominare e de-limitare un mondo altro-da-sé e piacevolmente esotico. Di stampo opposto, per fortuna, sono l’introduzione e le note del Pellò, le quali, senza distrarsi sull’agiografico e l’aneddotico, forniscono al non-iranista gli strumenti imprescindibili tanto per il godimento dei testi – anche se, a voler ben guardare, quelli vivono di forza propria, grazie all’efficacia stilistica e alla responsabilità ermeneutica di questa traduzione – quanto per orientarsi nel complicato sistema simbolico della poesia persiana e nelle contraddizioni della sua ricezione in seno agli studi islamici (per noi, inevitabilmente, bisognosi di delucidazioni). E il tutto, con una premessa degna di un libero ed equilibrato spirito accademico : “un eccessivo indulgere alla categorizzazione, alla ricostruzione di rigide linee di tendenza, trascinerebbe inesorabilmente il discorso nelle strettoie della banalizzazione interpretativa, dell’imposizione teorica pretestuale, della semplificazione di un approccio didascalico ben poco adatto ad Hafez”.

Federico Italiano su “ Alias / Il Manifesto” del 14.10.2006)

Arcano, dolce, ironico Hafez

La presentazione della traduzione italiana integrale del Canzoniere di Hafez - pseudonimo di Shams al-Din Mohammad Shirazi, «colui che conosce a memoria» (il Corano) - il più celebre poeta lirico persiano del XIV secolo, è stata accolta calorosamente da un pubblico eccezionalmente numeroso convenuto a Rovereto nei giorni scorsi nella sala conferenze del palazzo Conti-d'Arco, sede degli Agiati, sostenitori dell'iniziativa con la Biblioteca Civica. L'Assessorato alla Cultura ha promosso l'evento, in sinergia col dirigente scolastico dell'istituto comprensivo di Villa Lagarina, Paolo Goffo. La serata è stata particolarmente coinvolgente e varia. Infatti la presentazione, effettuata dai traduttori e curatori del volume, entrambi impegnati all'Università Ca' Foscari di Venezia, Gianroberto Scarcia (ordinario di storia della civiltà arabo-islamica) e Stefano Pellò (giovane ricercatore di lingua e letteratura persiana), è stata impreziosita dall'efficace lettura di una decina di testi in lingua originale e in italiano, accompagnata dall'ensemble Dara Shikon. Tommaso Lonardi, attore, e Heidari Mojgan, docente di lingua persiana alla Ca' Foscari, hanno evocato il fascino della lirica hafeziana, mentre i tre «magi» hanno reso la suggestiva atmosfera della melodia classica persiana, indiana, turco ottomana, svelandone alla gremita platea le peculiarità. Così, in quella serata, da quella sala, si è diffusa quell'aura di internazionalità e di inter-cultura (tra occidente e oriente), di dialogo pacifico e fecondo, foriero di reciproco arricchimento, di cui, come ha spiegato il sindaco Guglielmo Valduga, la città della Quercia ha fatto il suo emblema ed il suo vanto. E, a proposito di dialogo tra culture, va sottolineato lo sforzo compiuto dagli autori di superare una serie di malintesi, polemiche, rappresentazioni artificiose intorno all'immensa e diffusissima opera di Hafez alla cui comprensione hanno nuociuto, oltre che falsi testuali e interpolazioni della tradizione manoscritta, soprattutto il perpetuarsi di stereotipi culturali che hanno rinvigorito l'auto-rappresentazione della superiorità culturale dell'Occidente, che si è sovente rappresentato un esotico oriente musulmano irrimediabilmente altro da sé - opposizione espressa in termini di polarità inconciliabili - anacronisticamente confrontato con una letteratura europea idealizzata di matrice romantica. Certamente fuorviante anche l'approccio biografico ed ancora romantico, volto a ricostruire una predeterminata personalità del poeta dalla quale far scaturire il sistema di pensiero. Così, il tomo di oltre 700 pagine edito da Ariele di Milano nella collana «Lo scaffale di Mecenate» - una fatica di sei anni tra comprensione filologica, traduzione, revisioni e miglioramenti soprattutto nella resa in italiano di ritmi, suoni, registri e significati, di 486 ghazal (sorta di sonetti, carmi amorosi cortesi con motivi bacchici e primaverili, in distici, secondo una metrica quantitativa) - ci consegna, con maggior equilibrio ed oggettività, l'opera universale ed ancora arcana sì, polisemica ed ambigua, dolce ed ironica, sospesa tra sensibile e sovrasensibile, del Petrarca dell'Iran. Un'opera ben inserita nel complesso contesto storico del XIV secolo (le corti di Shiraz), religioso e letterario, tra mistica sufi e canone poetico consolidato (ben tratteggiati nella premessa e nell'introduzione). Un'opera, ancora, che è sintesi sublime di una lunga tradizione estetica e prodigiosa tecnica espressiva, ora più chiare ed accessibili.
Nicoletta Redolfi su “L’Adige” del 24/6/07, p. 8 (consultabile sul sito www.ladige.it)

Hafez, strofe contro l’integralismo

“Ogni luogo è la casa dell’amore, la sinagoga non meno della moschea” scriveva nel Trecento il poeta persiano Sciamsoddin Mohammad, meglio noto con il nome di Hafez, ovvero “ colui che conserva (il Corano a memoria)” perché fin da bambino conosceva il Libro sacro. Del poeta Hafez la piccola casa editrice milanese Ariele ha recentemente dato alle stampe la prima edizione completa in italiano, con testo in farsi a fronte, del Canzoniere nella magnifica traduzione a cura di Stefano Pellò e Gianroberto Scarcia. Nel suo manuale di Letteratura neopersiana, lo studioso italiano Alessandro Bausani definì Hafez il più grande poeta persiano. Vissuto nella città di Shiraz (Iran centrale), Hafez è indubbiamente uno dei maggiori mistici e lirrici di ogni tempo e la sua memoria è viva ancora oggi nel cuore di ogni iraniano. Il suo Divan, che ha ispirato anche Goethe, è in bella mostra in ogni casa iraniana, sia in patria sia nella diaspora. E i suoi ghazal sono spesso consultati aprendo il volume a caso per trarne auspici, nello stesso modo in cui i cinesi fanno con I Ching. Pur essendo molto popolare, Hafez è considerato il più esoterico dei poeti persiani. Egli canta, spesso attraverso l’uso di metafore, l’unione con l’amato e, contro il fascino del conformismo sterile, predica l’arte del libertino frequentatore delle taverne: Hafez si oppone così all’integralismo, un fenomeno già presente nell’Iran del x5v secolo, quando al governatore del Fars (regione centrale dell’Iran) vassallo dei Mongoli successero i sovrani della dinastia mozaffaride. Quando il severo principe Mobarezoddin ordinò la chiusura di tutte le osterie, il poeta scrisse per esempio :”Se solo le porte delle taverne potessero essere nuovamente aperte, se solo i nodi delle misure repressive potessero essere sciolti! Sii paziente, per volere di dio, riapriranno grazie alla purezza dei bevitori mattutini. Stanno chiudendo la porte delle taverne, o dio, non concedere la tua approvazione, perché così apriranno le porte all’ipocrisia”. Fortunatamente per Hafez, il figlio del principe fece poi riaprire le osterie. La vittoria sugli integralisti non esaurì la vena poetica di Hafez, accusato di scrivere in uno stile contemporaneamente erotico e mistico. Rivolgendosi a coloro che si ritengono sempre in dovere di esprimere la propria opinione sugli altri, Hafez scrisse ancora :”Non giudicare i libertini, tu che sei un puro. Nessuno ti giudicheerà per le colpe altrui. Che t’importa se sono un puro o un peccatore! Fatti gli affari tuoi! Alla fine ciascuno raccoglierà ciò che ha seminato”.

Farian Sabahi su “ Il Sole 24 Ore” del 30.04.2006

Tendenze. Il successo delle traduzioni di opere orientali
E il Petrarca persiano scala le librerie.

Anche se resta moltissimo da fare, bisogna ammettere che negli ultimi tempi si stanno moltiplicando in Italia le traduzioni di testi importanti della letteratura e del pensiero dell’Islam. Ad esempio, del mistico Al-Ghazali la Utet ha in catalogo due volumi con un’ampia raccolta di opere religiose e filosofiche, di Avicenna Bompiani offre la traduzione della Metafisica con testo a fronte, di Averroè (ancora nei classici Utet) c’è da tempo l’importante trattato L’incoerenza dell’incoerenza dei filosofi (ai primi di giugno esce per la medesima editrice il tascabile). Ora Bompiani, nella cura di Gabriele Mandel, ha editato in sei volumi e a prezzo economico ilo poema Mathnawi dell’afghano Jalal al-Din Rumi, che un giudizio noto ma efficace considera “il Corano in versi”. In questo elenco è doveroso inserire anche il Canzoniere di Hafez, il persiano Mohammad Shams al-Din, contemporaneo di Petrarca, anzi per molti aspetti il Petrarca dell’islam (morì nel 1389). La traduzione del suo vasto Divan (così è il titolo originale) si deve a Stefano Pellò e Gianroberto Scarcia. L’opera è stata pubblicata, con testo persiano a fronte, dalla casa editrice Ariele di Milano (pagine xxii+732, Euro 65,00). Hafez in arabo significa”dalla tenace memoria”, forse perché egli aveva in mente tutto il Corano e sapeva recitarlo alla bisogna. Il suo Canzoniere comprende alcune centinaia di liriche, soprattutto “ghazal”, componimento formato da un numero vario di distici in cui la rima del primo ritorna nel secondo emistichio di tutti gli altri, mentre nell’ultimo l’autore ricorda il proprio nome con un pensiero conclusivo. L’opera lasciò tracce ovunque, tanto da ispirare a Goethe il Divano occidentale-orientale: il sommo tedesco definì Hafez “sublime poeta”. E’ difficile presentare in poche righe un simile autore, maestro insuperabile della lirica classica. Fu mistico, libertino, santo,cortigiano, bevitore; di certo il suo Canzoniere affianca il Corano e viene consultato per trarne auspici e vaticini. Ebbe come pochi il senso dell’infinito: “Ci diede il vento iersera notizia d’amico che è in viaggio: / anch’io affido al vento ora il cuore, e sia quel che sia”. Armando Torno su “Il Corrieredella Sera” del 20.05.2006)
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