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Friedrich Hölderlin: Epistolario

Friedrich Hölderlin: Epistolario.

Hölderlin, in cerca d’assoluto per salvarsi con la poesia
Dall’amore con Diotima all’amicizia con Hegel e Schelling.
E un’onnipresente madre che lo vorrebbe ecclesiastico.

Le molteplici amarezze dell’insegnamento, la tirannia della filosofia, gli spiriti infernali dell’astrazione, l’insanabile dissidio che contrappone il cuore alla ragione e la ragione alla rivelazione. E ancora, la grandezza affascinante della natura, i passi da gigante dei rivoluzionari mossi da smania insopprimibile di libertà, la bellezza eterna dell’arte e quella concreta e proibita dell’amata. Il fuoco del cielo greco, la serenità giunonica, apollinea, la chiarezza della mente tedesca, il carattere nazionale, il forte sentimento della patria…
Sono i temi che risuonano nell’imponente epistolario del poeta e vate e veggente tedesco Friedrich Hölderlin, straordinario documento di vita e della Stimmung di un’epoca improntata al romanticismo. La sua pubblicazione integrale si deve al coraggioso editore Ariele di Milano e all’impegno sapiente e scrupoloso del germanista toscano Gianni Bertocchini, traduttore e curatore del volume. Il testo, in gran parte inedito – a oggi in Italia erano uscite solo le lettere d’amore inviate a Hölderlin da Suzette Gontard, «Diotima», la moglie del banchiere francofortese che lo aveva assunto come precettore di suoi figli, pubblicate da Adelphi qualche anno fa – contiene scritti di natura, stile e provenienza assai diversi. Lettere di e a Hölderlin. Documenti formali e intime confessioni. Occasioni di autochiarificazione: di confronto con se stesso e con il suo tempo. Scelte di campo, prese di posizione, rivendicazioni della propria indipendenza e vocazione.
Numerose, a questo proposito appunto, sono le missive alla madre, Johanna, Christiana Gock, figura centrale nella biografia di Friedrich che rimase orfano di padre all’età di due anni e fu cresciuto dalla forte e volitiva signora in vista di una da lei auspicata carriera ecclesiastica. A lei, che ogni volta che se ne presentava l’occasione insisteva per fargli sposare la vedova di qualche pastore così da fargliene assumere il ruolo, Hölderlin non smise mai di ribadire, con rispettoso garbo filiale, il proprio dovere ineludibile di fedeltà a se stesso, anche a costo di sacrifici economici e dell’onta di farsi annoverare, in qualità di precettore, nella classe dei servitori. Al fratello, il fratellastro, nato dal secondo matrimonio di Johanna, scriveva di politica, dell’adesione convinta agli ideali della rivoluzione francese su cui, al contrario dei suoi antichi compagni di studi allo Stift di Tubinga - Hegel, Schelling -, non era ritornato neanche negli anni del terrore giacobino. Con i grandi amici idealisti condivideva letture – Schiller, Klopstock, Fiche, Kant, Euripide, Ossian – e soprattutto il cruccio e l’aspirazione di trovare, al di là delle rigorose concettualità filosofiche, acquisite solo «per rinvigorire il mio spirito», «per timore di essere considerato un poeta vuoto», un principio «che spieghi la divisione in cui pensiamo e esistiamo», che faccia sparire «il contrasto tra il soggetto e l’oggetto, tra noi e il mondo». Quel principio era il senso estetico, la poesia: l’organo di percezione e lo strumento di espressione in grado di cogliere, al di là delle deludenti categorizzazioni teoretiche, l’assoluto.
Un buon percorso per affinare quel senso era per Hölderlin appunto quello epistolare, tanto che «accarezzando da tempo l’ideale di una educazione del popolo», pensò di rifarsi a un titolo di Schiller per scrivere delle Nuove lettere sull’educazione estetica dell’uomo. Ma il genere “epistola” si rivelò prezioso fin dall’inizio anche per lui. Che, già negli anni da studente riconosceva, rivolto all’amico Niethammer: «su una cosa eravamo tutti concordi: le nuove idee possono essere esposte nel modo più chiaro in forma epistolare». Che ancora alla vigilia della follia scriveva all’amico Boehlendorff: «Scrivimi presto. Ho bisogno dei tuoi suoni puri. La psiche tra amici, il sorgere del pensiero nella conversazione nella lettera è necessario ai poeti». E che prima di rinchiudersi nel suo silenzio e nella torre sul Neckar a Tübingen, a una lettera consegnò il suo ultimo pensiero lucido e una delle sue frasi più lapidarie ed enigmatiche:«Credo di avere scritto assolutamente contro l’entusiasmo eccentrico, e quindi di aver raggiunto la semplicità greca».

Alessandra Iadicicco

La Stampa Tuttolibri (11.4.2015)
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