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Martin Walser: Sulla giustificazione, una tentazione

«J’accuse» di Martin Walser contro la falsa coscienza addomesticata dai benpensanti di Luca Gallesi

Fa un certo effetto, abituati come siamo al dibattito tra intellettuali più attenti al proprio look che al contenuto delle loro opere, leggere di uno scrittore che si pone problemi filosofici, e che, per risolverli, chiede aiuto alla teologia, come fa Martin Walser nel suo ultimo libro pubblicato in italiano, Sulla giustificazione, una tentazione (a cura di F. Coppellotti). Considerato uno dei più grandi autori tedeschi contemporanei, Martin Walser, nonostante sia arrivato alla soglia dei novant’anni, non si stanca di assumere posizioni controcorrente, criticando la manifesta superficialità di molti suoi colleghi scrittori e giornalisti, la cui massima ambizione sembra essere «avere ragione». Il discorso di Walser, dato che proprio di discorso si tratta, tenuto all’università di Harward il 9 novembre 2011, parte proprio da qui, e verte sull’imprescindibile esperienza religiosa che, in quanto esseri umani, non possiamo ignorare. «Avere ragione» o «essere compresi» o addirittura «sentirsi esponenti dello spirito del tempo» non è e non potrà mai essere abbastanza, dato che, per lo scrittore tedesco, si tratta solo di surrogati della “giustificazione”, molto spesso legati all’opportunità e al potere, come è oggi la «political correctness, che non è che un addomesticamento della coscienza, una giustificazione passe partout ». Walser parte dall’esegesi di Kark Barth della Lettera ai Romani, e la legge accanto allo Zarathustra di Nietzsche, il suo livre de chevet, per esaltare nel primo la grazia (che in qualche modo può essere avvicinata all’idea di «giustificazione») e nel secondo la bellezza, che servono entrambe a raggiungere le mete (irrangiungibili) dell’uomo e del superuomo. Avvicinandosi a maestri del pensiero e della letteratura come Kafka, Agostino, Lutero, Calvino, Weber e Hoelderlin, Martin Walser dimostra che il discorso religioso è importante anche quando è assente, perché i suoi contenuti hanno valore a prescindere da quella che ritiene una sterile discussione sulla loro realtà o meno. Esattamente come i personaggi letterari, che esistono anche se non hanno mai fatto la loro comparsa nel mondo reale, così le questioni religiose hanno importanza anche se Dio non esistesse. E la mancanza di Dio si sente, se non altro come vuoto, come disse il filosofo americano Ronald Dworkin: «non credo in Dio, ma ne sento la sua mancanza». Ben più triste la posizione dell’ateo, per cui il vuoto non ha nessun posto, un vuoto non percepito, poiché «ci può essere vuoto solo là dove Dio manca, e là dove Dio non viene sostituito da nessun -ismo». La conclusione di Walser è implacabile: «Un mondo senza vuoto è un mondo troppo povero», e soprattutto un mondo sbagliato, dato che, come scrisse nel suo diario il 6 marzo 1981, «lo sviluppo del linguaggio porta del tutto spontaneamente alla creazione di qualcosa come Dio, che è probabilmente la parola più pura che vi sia».

Luca Gallesi - Avvenire, 21 Luglio 2016

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Una lezione ad Harward
Nell’officina di Walser dominata da Nietzsche
di Vito Punzi

Nella Lettera ai Romani san Paolo proclama la giustificazione dei peccatori per grazia mediante la fede in Gesù Cristo, cioè indipendentemente da presunti meriti, demeriti o opere giuste. Divenuto il perno del pensiero e dell’azione riformatrice di Lutero, al tema della giustificazione divina, e più in generale alla domanda dell’uomo su Dio, si è dedicato con particolare fervore lo scrittore Martin Walser, il più significativo tra i tedeschi viventi. Letto il titolo dell’appena edito in Italia Sulla giustificazione, una tentazione (Ariele, pp. 154, euro 15, a cura di Francesco Coppellotti), contenente un discorso tenuto ad Harward il 9 novembre 2011, Walser sembrerebbe essersi concesso una sortita intorno al nucleo centrale della teologia riformata.
Vero è che Walser dice anzitutto il proprio rigetto verso l’ateo soddisfatto di se stesso e incapace di sentire la mancanza di Dio: «Non basta dire che Dio non c’è. Chi dice che Dio non esiste e non è in grado di continuare dicendo che Dio manca e come manca, non capisce niente». E allo stesso modo critica coloro che non pongono più a tema la giustificazione, piuttosto, molto semplicemente, «agiscono come se si sentissero giustificati». Due esempi: Jean Ziegler, l’attivista tedesco dei diritti civili, con la sua «violenza verbale», e Joachim Gauck, il presidente della Repubblica Federale, con i suoi discorsi simili ad «alzabandiera domenicali». In entrambi domina lo Zeitgeist, lo Spirito del tempo, «una specie di imperialismo della coscienza. Molto spesso legato al potere e al sentimento del potere. Che cos’altro è allora il political correctness se non addomesticamento della coscienza, una giustificazione passe partout?». Perché «la giustificazione senza religione diventa la pretesa di aver sempre l’ultima parola».
Questo libro, però, è anche e soprattutto un’occasione per visitare l’officina creativa di Walser, nella quale risaltano le letture della sua formazione: Hölderlin, Kafka, Robert Walser, Dostoevskij, Jean Paul. Ma anche sant’Agostino. Scrittori tutti «radicali allo stesso modo. Radicali nella negazone di sé. Radicali nell’esperienza che per essi non vi è più alcuna giustificazione. Radicali nel rifiuto della storia». Uomini che hanno riconosciuto nell’amore, «che è soprattutto qualcosa che non si ha», la condizione dello scrivere. Ecco dunque il nucleo del lavoro narrativo di Walser: «Ogni scrivere comincia con una mancanza».
Ancora più centrali, grazie alla loro radicalità, sono Friedrich Nietzsche e Karl Barth, rispettivamente con Così parlò Zarathustra e Lettera ai Romani. Buona parte di questo discorso sulla giustificazione è dunque dedicato a loro, perché «tutti e due vogliono distruggere le giustificazioni dell’uomo storico. Tutto il presente appare loro come una mancanza».

Libero, 27 Agosto 2016

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