Recensioni
Quirino Principe sul Domenicale de “Il Sole 24 Ore” del 4 Aprile 2004
Una vita da soprano spinto
Subito dopo la Seconda guerra mondiale, fu difficile udire o leggere di scienziati, atleti, scrittori, registi nati in Germania o in Austria, fosse rimozione o autocensura o convinzione che là tutto fosse finito, e che la cultura venisse da altre terre, da tutte ma non da quella. Se ne lamentarono, tra il 1945 e il 1949, HannahArendt e Karl Jaspers. Ma in tema di musicisti, i non tedeschi continuarono a destreggiarsi nel dire schw e tsch e ö e äu e zw. Quasi nessuno nominava Heidegger o Heisenberg, soppiantati da Sartre e da Eddington, ma rimasero sonanti i nomi di Furtwängler e di Knappertsbusch. Quello di Karajan proprio allora cominciò a squillare, trascinandosi dietro quello di una dea, Elisabeth Schwarzkopf, la cui grazia rendeva agevoli a pronunciarsi i fonemi iperconsonantici. Il nome di Furtwängler apriva la via a ElisabethHöngen e Kirsten Flagstadt; nel 1950 la Scala ospitò il primo Ring del dopoguerra, e quasi non si parlava d’altro, alla Rai (“oh, lesbeauxjours!”). Allora, uscendo dall’infanzia, udimmo nominare Martha Mödl, che stava ai ruoli di Isolde o di Kundry come la Fragstadt stava aBrünnhilde e la Schwarzkopf alla Marschallin.
La Mödl, nata a Norimberga il 22 marzo 1912, non bellissima (un volto da film espressionista), conobbe la gloria negli anni Cinquanta, toccando il vertice dell’ufficialità quando cantò nella Frau ohneSchatten alla reinaugurazione della nuova Opera di Monaco nel 1963. Nel 1976 cantò ancora a Vienna nella prima di Kabale und Liebe di Gottfried von Einem. Nel 1978, a Gandersheim, recitò nella Casa de Bernarda Alba di Federico Garcìa Lorca. A Thomas Voigt, giornalista maieutico, ella narra di sé e del suo tedesco far musica. Il libro originale, So war meinWeg, è uscito nel 1998, quando l’intervistata aveva 86 anni. «Non la rappresentazione oggettiva di una vita di cantante, ma lo sguardo retrospettivo e soggettivo della MarthaMödl di oggi», è l’intento di Voigt, che incrocia nell’intervista documenti rari, come il ritratto che della cantante fa Wieland Wagner (“Il timbro scuro, “boemo” della Mödl la destina alle cosiddette parti da soprano drammatico spinto…”). E Wieland le scrisse, in una dedica, parole che si dicono soltanto per amore, non per giudizio critico: “Keinewiedu!” Una donna felice, rattristata soltanto dal non aver saputo imparare qualche lingua straniera, e capace di ridere sgangheratamente durante uno spettacolo, senza controllarsi, come quando a Colonia, in Mahagonny, il cantante suo partner aprì il cofano di una Topolino, sul davanti (il motore era dietro), osservando il bagagliaio e dicendo: «Il motore non va». Benemerita l’Ariele, che pubblica sempre libri rari su argomenti introvabili, oltre all’ammirevole collana di libretti d’opera. Lodevole la traduzione; peccato che alla fine, nelle pagine di cursus honorum, al traduttore sia scappato un “Genf”. In italiano si dice “Ginevra”.
Piero Mioli su“Rassegna melodrammatica”, nr. 2519 del 20 Novembre 2006
Una lunga, articolata, franchissima intervista rilasciata dalla grande cantante-attrice a un giovane studioso e giornalista tedesco: è questo l’aspetto del libro, che non sentenzia o rielabora nulla, che nulla recensisce o esalata per dar libero sfogo alle parole dell’interessata. Martha Mödl (Norimberga 1912- Stoccarda 2001) aveva esordito nel 1942 cantando il brillante Cherubino delle Nozze di Figaro, ma già due anni dopo era la fosca Azucena del Trovatore. Poi è stata prima donna a Dusseldorf e ad Amburgo, cantando parti di soprano drammatico e mezzosoprano, specie di Wagner e Strauss ma anche di Verdi (Macbeth). Negli anni ’50 è apparsa nei maggiori teatri del mondo, da Bayreuth alla Scala, da Edimburgo a Firenze; occasionalmente ha poi cantato anche nel ’76 a Vienna, per una prima di Einem e nel ’78 a Gandersheim ha recitato nella Casa di Bernarda Alba di Garcia Lorca. Voce estesa e venata di asperità, interpretazione vibrante e scopertamente espressionistica, gesto imperioso ed efficacissimo, lontana da certe grandi colleghe ammirate soprattutto per l’ampiezza e la bellezza del canto, ha dato il meglio di sé in Wagner, nell’appassionata Brunhilde della tetralogia (per esempio sotto la direzione di Furtwangler) e nella bifronte Kundry di Parsifal. Una carriera lunga 56 anni che nell’intervista si apre come un fiore, spontaneamente, umanamente,intelligentemente, sia che parli del registro acuto o di una collega come la Callas, sia che racconti qualche simpatico aneddoto. Quando, per esempio, una tal Kundry si trovò a cantare la Waltraute del Crepuscolo degli dei per sentirsi mormorare “magnifico!” (in scena) dalla Kundry del caso ovvero dalla Nilsson. E quale era la differenza fra lei e la Flagstadt? che negli intervalli del massacrante lavoro Kirsten lavorava a maglia e Martha guardava la televisione.