Recensioni
Cristina Calzavara sul “Domenicale” de “Il Sole 24 Ore”di domenica 22 Settembre 1996
Vondel e Lucifero: nel Seicento olandese
Le edizioni Ariele di Milano hanno il merito di aver diffuso opere rare, introvabili, appartenenti a letterature poco conosciute o malamente frequentate. Si sono dedicate anche ai testi delle Cantate di Johann Sebastian Bach o ai libretti musicali, ma questa non è materia di mia competenza. Quello che mi sembra giusto segnalare è invece un libro della letteratura nederlandese del Seicento, una tragedia per l’esattezza, che è straordinariamente bella. Il titolo è accattivante: Lucifero. L’autore, anche se è il più grande poeta dei Paesi Bassi, è noto agli specialisti e poco al lettore comune: Joost van denVondel. Nato nel 1587 a Colonia e morto ad Amsterdam nel 1679, Vondel fu autore prolifico la cui voce si mescolò tra le polemiche dei calvinisti, dei riformati e dei cattolici. Del resto la sua prima opera significativa, Palamedes, del 1625, è una battaglia politica. Tale tensione si attenua nei lavori successivi, sino a diventare un elegante cenno in Gysprecht van Aemstel del 1637, opera che è anche un documento importante per il cammino che Vondel intraprende per ritornare alla fede cattolica. Dogmatico convinto, legato a tutto ciò che è regola e tradizione (anche e soprattutto per tale motivo oggi è ignorato fuori dall’Olanda), questo poeta viaggia in Italia e impara la lingua al punto da tradurre in versi la Gerusalemme Liberata.
Lucifero è considerato la sua più grande creazione poetica. Èrappresentata per la prima volta ad Amsterdam il 2 febbraio 1654 e poco dopo è proibita per le opposizioni dei puritani. Il tema è affascinante:la caduta degli angeli, il peccato di Adamo, la redenzione che passa attraverso la carne di Cristo, il bisogno della redenzione dell’universo. Qualcuno, e non a torto, la considera l’opera maggiore della letteratura olandese.
Ora eccola per il lettore italiano, con il testo a fronte e un essenziale apparato di note. La cura si deve a Jean Robaey. La lettura è avvincente, i dialoghi (l’opera si svolge in cielo) hanno qualcosa di maestoso e l’argomento ruota attorno all’uomo creatura che non è né angelo né demone né entità divina, ma semplicemente essere che riflette tutto ciò. Apollion risponde a Belzebù nell’atto I: “Nessun angelo, tra di noi, ha un respiro così dolce, / Quale lo spirito fresco, che qui giunge all’uomo”. Un’altra immagine potente è nell’atto III, dove un coro di angeli piange il “dissenso del cielo” capace di “disgregare i reggimenti”. Il controcanto è un ulteriore pianto che si chiede dove “errano gli Spiriti”, che cosa ha spinto gli angeli a stancarsi della loro immensa ricchezza, perché hanno ritenuto “il cielo insufficiente ad appagarli”. E questi non sono che esempi.