Recensioni
Fabio Canessa su “Il Foglio” del 4Aprile 2013
La leggenda di Paul Kornfeld, figlio dimenticato di Praga
Arriva la prima traduzione italiana di un grande scrittore praghese del Novecento, sfuggito al setaccio dell’Angelo Maria Ripellino di “Praga magica” e del Magris di “Mito asburgico”. Eppure Paul Kornfeld studiò Giurisprudenza con Kafka e frequentò Karl Kraus, Martin Buber, Franz Werfel e MaxBrod (con cui ebbe rapporti burrascosi). Ebreo, fu deportato a Lodz, dove morì di tifo nel 1942 a 53 anni. L’unica sua traccia nell’editoria italiana la troviamo nella raccolta “Il romanzo tedesco del Novecento” (Einaudi, 1973), dove Bianca Maria Bornmann dedicò un capitolo a “Blanche o l’atelier nel giardino”, il solo romanzo scritto da Kornfeld, da lui affidato prima della deportazione a una vicina di casa e pubblicato postumo nel 1957. Non è però con questo impegnativo volume di 724 pagine che Kornfeld si presenta ora ai lettori italiani, ma con un racconto pubblicato nel 1917: “Leggenda” (Ariele). Apologo affascinante, ispirato alle leggende ebraiche, che racconta la storia del conte Wratislav nella Boemia del Seicento. Cresciuti insieme in amicizia, i due si scambiano i ruoli quando il conte decide di premiare il servitore regalandogli pian piano tutta la sua proprietà. Con grande irritazione del subordinato, che non sopporta il “gesto infausto” del padrone: l’inversione delle parti gli sembra un oltraggio all’ordine costituito. Se, suo malgrado, accetta è solo perchè l’apparizione magica di due personaggi fiabeschi (opera del demonio o di Dio?), un improbabile creditore del conte e un energumeno straniero che ne distrugge i possedimenti, gli offre la possibilità di risarcire il suo ex-padrone dei danni subiti. Ma il ribaltamento delle posizioni trasforma i due amici in nemici acerrimi, esasperando tristezza e sensi di colpa. Decidono perciò i partire, lasciando casa e campi alle maestranze, per intraprendere un lungo viaggio lontano dalla patria. E riescono a ritrovare la pace nella povertà vagabonda, realizzando “il loro unico desiderio, quello di vivere insieme in armonia”. Quando, dopo dieci anni, torneranno a casa, scopriranno che l’esilio ha compiuto il miracolo di vincere il tempo e la morte: ritrovano il villaggio immerso in una beatitudine fuori dalla storia. Nessuno è invecchiato o morto , tutti sono illuminati dalla “felicità della pace immutabile” e da un sentimento di gioia e “affattuosa amicizia”, tra tavole apparecchiate e un silenzio metafisico, interrotto solo da canti e preghiere, mentre “donne centenarie avevano messo al mondo dei figli”. La vegetazione è cresciuta selvaggia e ha invaso i campi un tempo coltivati con un “caos...abbondante e felice”, ben diverso dal “guazzabuglio” manzoniano della vigna di Renzo, orfana della mano ordinatrice dell'uomo. Gli alberi crescono fino a rendere invisibili le loro cime, mentre gli uomini mostrano il sorriso ultraterreno dei santi. L’Eden, da cui sono banditi pianti e desideri, rimane tale finché resta immune da contatti col resto del mondo e finirà quando questa “isola, immutabile e intoccabile”, sarà invasa da studiosi arrivati per carpirne il segreto. La malsana e “irrefrenabile sete di sapere” degli scienziati “pervasi dal progresso dell’umanità” sciuperà l’incanto con la volgarità del chiacchiericcio estetizzante e scientista. Basterà che la muta armonia del paradiso terrestre venga inquinata dalla posa banale di dialoghi pericolosamente conformisti perché tutto vada in rovina. “Non lasciamoci meravigliare!”, dice qualcuno, attentando al valore dello stupore. “La fede è indegna dell’uomo! Il sapere sia la sua fede!”, sdottora qualche altro saccente. Quanto basta perché la vita si ritragga dai due amici, lasciando al suo posto “due belle cose della natura esanime”. Tra gli alberi che cadono e i rami secchi, anche la statua di pietra di un genius loci, con le mani tese verso il cielo, sembra mutarsi in una rappresentazione del dolore e della disperazione.
La magica “leggenda” di Kornfeld è una satira malinconica dell’idea di progresso che contesta l’abbaglio della rivoluzione sociale, del culto della razionalità e della logica mondana per abbracciare la dimensione ultramondana e sovrannaturale, in nome di quello che il curatore e traduttore Gianni Bertocchini definisce “l’uomo fatto di pura anima”. E l’uomo “fatto di pura anima” è anche al centro del romanzo capolavoro di Kornfeld, quel “Blanche o l’atelier nel giardino” che speriamo di poter leggere presto in italiano (nel catalogo Adelphi non sfigurerebbe). L’etica del lavoro, la sete di ricchezza e di potere, perfino l’altruismo filantropico del dono si rivelano inganni forieri di tristezza e morte. L’impresa dei due amici è destinata al fallimento perché è inserita nel mondo e il mondo non tollera il divino. Ma la “leggenda” viene affidata alla letteratura per far intravedere ai lettori l’ombra luminosa di una verità metafisica, invano coperta dal vaniloquio del conformismo intellettuale.