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Schelmuffsky
- Autore: Reuter Christian
A cura di Emilio Bonfatti; traduzione di Laura Rizzato
(letteratura tedesca, edizione bilingue)
1998, pp. xx + 270
isbn: 978-88-86480-31-8
€ 15,50 -5% € 14,72
Schelmuffsky di Christian Reuter (1696-7) è molto di più di una parodia di libri di viaggi e di avventura del tardo Seicento: è il racconto di uno spaccone di provincia che continua ad affascinare con i suoi sproloqui intorno a viaggi intrapresi - a suo dire - per acquistare fama e gloria. Notizie smaccatamente false, invenzioni iperboliche e il ripetersi delle solite avventure smascherano la finzione nel suo stesso farsi; di qui un modo di procedere straniante di cui Reuter è maestro, con il suo stile oscillante tra il maestoso e il plebeo, che getta luce sulla cultura del tardo Seicento, sulla seduzione della “galanteria”, ma anche sulle sue ambiguità e sugli accecamenti che essa provoca.
Recensioni
Stefano Beretta su “Osservatorio critico della germanistica” II-6 (marzo 2000)
Quando da poco è ricorso il trecentesimo della sua pubblicazione, il romanzo di Christian Reuter Schelmuffsky (1696-97) sta finalmente conoscendo anche da parte della germanistica nostrana un’attenzione che quest’opera affascinante e per molti versi unica nel suo genere avrebbe di certo meritato ben prima. La bella e briosa traduzione di Laura Rizzato, che segue di due anni la prima versione italiana — recensita da Fabrizio Cambi nel numero inaugurale del- l’“Osservatorio Critico della germanistica” — di questa originale, post-barocca Reisebeschreibung zu Wasser und Lande, viene ora inserita come primo titolo tedesco nella preziosa collana “Letterature” e presentata in una elegante edizione bilingue, con un accorgimento che consente di cogliere per intero l’accuratezza filologica di questo lavoro: la presenza del testo tedesco a fronte accontenta infatti tanto il “lettore curioso”, destinatario privilegiato del romanzo reuteriano anche nella sua nuova veste linguistica, quanto lo specialista, che ha modo di seguire parallelamente le avventure del sedicente “tipo in gamba” di Schelmerode sulle pagine della riproduzione della duplice editio princeps di Schelmuffsky, ristampata da Peter von Polenz nel 1956 per i tipi del Max Niemeyer Verlag di Tübingen. A tale propo- sito, nel ricco apparato di note posto a corredo del volume curato da Emilio Bonfatti viene assai opportunamente gettata luce su alcune delle mancate corrispondenze (spesso di non poco conto) tra le due differenti stesure della prima parte del romanzo; è già chiaro a questo punto che qui ci si trova di fronte al risultato di uno studio di ampio respiro sull’opera di Reuter, e in un tale contesto il lavoro di traduzione, per quanto importantissimo, rappresenta in fondo soltanto un segmento di un percorso ricostruttivo che per rigore metodologico ben poco avrebbe da invidiare ad un eventuale tentativo di edizione critica di Schelmuffsky.
Nè pare corretto considerare il raggio dell’indagine del curatore limitato al solo testo romanzesco reuteriano: varie ed esaurienti sono difatti le correlazioni che le note individuano tra Schelmuffsky e altre opere del suo autore, soprattutto la commedia L’honnête Femme Oder die Ehrliche Frau zu Plißine (1695), in cui è contenuto il vero e proprio antefatto della delirante autobiografia schelmuffskyana. In tal modo Bonfatti ricorda al lettore e allo studioso del romanzo di Reuter che Schelmuffsky va collocato in un ciclo di scritti tutti imperniati sul dileggio di un personaggio realmente esistito, la locandiera lipsiense Anna Rosine Müller, che intavolò con l’autore una lunga lite giudiziaria, accusandolo di morosità; ma si tratta in ogni caso di un dato motivato su basi squisitamente filologiche, che relega in secondo piano l’affermazione di una affinità strutturale e fa salva l’eccezionalità continuamente e un po’ ambiguamente rivendicata dall’opera attraverso le sparate dell’eroe. E questa pare essere la direzione privilegiata dall’analisi di Bonfatti: nell’introduzione e nelle note essa fornisce un valido strumento per la decodificazione dello stile artatamente ‘basso’ e del lessico gergale dell’io schelmuffskyano, segnato dalle «incrostazioni di una mentalità antitetica all’“urbanitas”» (p. xiv), tanto che il lettore si sorprende calato nella dimensione più autentica del narrato, vivacizzato da un’ampia gamma di sfumature linguistiche che, per quanto diano voce ad “un’elocuzione rozza, semidialettale e quindi molto aderente al parlato” (p. xiv), testimoniano pur sempre una “eterogeneità” grazie alla quale la lettura di Schelmuffsky offre più di un motivo di genuino divertimento.
E il romanzo, malgrado il palesarsi pressoché immediato delle avventure di Schelmuffsky come “una sola grande co- struzione priva di fondamento” (p. xv), vive per intero nel proprio tempo e nella propria attualità, poiché in esso abbondano i riferimenti a personaggi, opere ed episodi della cultura europea delle ultime decadi del Seicento. Quasi che l’autore voglia riordinare l’“affastellamento affrettato di notizie la cui paradossalità balza subito agli occhi” (p. 251, n. 3) — e tale risulta in effetti il racconto del protagonista —, i viaggi di Schelmuffsky conoscono una sorta di amplificatio didascalica che li astrae dal livello del puro vaneggiamento e li restituisce alla realtà storica: un altro merito di questa edizione sta proprio nella puntualità con cui i luoghi visitati dall’eroe e da questo catapultati in una geografia assurda e allucinata vengono reintegrati nella loro concretezza. Il confuso e contorto Baedeker schelmuffskyano si libera così di quella pretestuosa funzionalità strutturale entro cui gli studi su Reuter spesso insistono ad imprigionarlo, e si scopre parte di un cinico gioco parodistico avviato già dalla singolarità onomastica del personaggio, il cui “nome composto tradisce due cose in una: nell’unirsi a “Schelm” il suffisso -rode, caratteristico dei toponimi sassoni, subordina una realtà storica e geografica alla dimensione tipologica della canaglia” (p. ix). Bonfatti giunge così al cuore della questione: l’“estrema singolarità” (p. x, n. 3) di Schelmuffsky, il suo carattere insulare in una letteratura, come quella seicentesca, tutta regolata da canoni e precetti, sta nello specifico linguaggio elaborato da Reuter, che è erede della più rozza tradizione grobianesca e dileggia i modi affettati della galanteria ridicolmente xenofila, ignorando qualunque poetica contemporanea e soprattutto mettendo alla berlina quell’ambiente accademico lipsiense che pochi anni prima, come ricorda il curatore, aveva dato prova di ottuso conformismo cacciando dall’insegnamento un intellettuale scomodo come Christian Thomasius. Tuttavia, al di là dell’apprezzamento per il novum linguistico rappresentato dal periodare reuteriano, in apparenza farneticante, Bonfatti riconosce la necessità di ripensare Schelmuffsky a partire dalla sua caratteristica di Lügenroman e accoglie così un’ipotesi di interpretazione dell’opera che troppe volte la critica ha respinto con ingiustificata veemenza, imponendo faticose letture in chiave post-picaresca oppure pre-robinsoniana delle avventure che l’io narratore confessa subito, nella dedica “Al Lettore Curioso”, di aver sciorinato all’osteria “davanti a una pinta di birra” (p. 11). Se si confrontano le iperboliche millanterie di cui Schelmuffsky mena vanto con le ammissioni di fallimento rese dall’eroe al termine di entrambe le parti del suo fantomatico viaggio, quando annuncia il ritorno alla natia Schelmerode, è facile infatti notare nell’opera, in filigrana, la presenza di “una strategia straniante che fin dall’inizio corre parallela all’articolarsi del racconto sulle labbra del protagonista” (p. x). Con questo, per un verso anche Schelmuffsky viene ricondotto al dibattito contemporaneo intorno al romanzo, genere che ancora nel 1698 il pastore svizzero Gotthard Heidegger, nella sua Mythoscopia Romantica, stigmatizzava con la lapidaria sentenza “chi legge romanzi, legge fandonie”. Ma d’altra parte, pur se a conclusione del suo intervento introduttivo, e dopo essersi interrogato sulle reali intenzioni dell’autore, Bonfatti suggerisce l’antinomia “continentalità tedesca” – “nascente potenza coloniale europea” (p. xv) quale possibile e credibile via di fuga dell’autobiografia schelmuffskyana oltre gli angusti limiti della provincia sassone, il testo di Reuter continua a sorprendere proprio per l’autoreferenza volutamente esasperante sulla quale si costruisce. Sempre sul punto di collassare su se stesso e di perdersi in uno strano e inquietante spazio circolare, in cui le esclamazioni “il diavolo mi porti” e “sacramento” vengono reiterate come grotteschi mantra, il racconto del “tipo in gamba”, proprio perché non pretende di assolvere alcuna funzione esemplare, lancia un’ulteriore provocazione al lettore e allo studioso: Schelmuffsky sfugge a tutti i tentativi di incasellarlo in una particolare tipologia romanzesca, per incarnare invece in modo beffardo il testo ideale che agli occhi del moralista calvinista Heidegger e degli altri detrattori del romanzo giustifica appieno la decisa avversione da essi nutrita nei confronti di questo genere letterario. Del tutto legittima appare allora la preoccupazione di Bonfatti, che lamenta come nella Reuter-Forschung “venga continuamente ripresa la questione se Schelmuffsky possa essere definito un picaro e se quindi questo sia un (tardo) romanzo picaresco” (p. ix sg., n. 3), anche se diversi tra gli studi più recenti hanno ormai cessato di prendere partito all’interno di questa querelle. Il racconto reuteriano, osserva giustamente il curatore, non fa sentire quella “seconda voce” che potrebbe “prendere le debite distanze e da un punto esterno sentenziare esplicitamente” (p. xv); manca insomma in Schelmuffsky la distanza critica con cui l’eroe del romanzo picaresco rivisita e registra i vari episodi della propria esistenza contemplandoli dal punto di vista privilegiato di chi, regolati i conti con il proprio passato, lo ripercorre solo per condannarlo, quasi si trat- tasse ormai della vita di un altro da sé. Schelmuffsky, per contro, giustifica la propria assurdità biologica (dal resoconto più volte ripetuto della sua “nascita singolare” sappiamo che la gravidanza della madre è durata solo cinque mesi) inventando letteralmente se stesso e destreggiandosi, come un regista cinematografico alle prese con il montaggio delle scene di un road movie, attraverso i meandri di una storia costellata di incongruenze e dilatata a dismisura da illogiche ellissi, ma per tale motivo più vicina a problematiche di straniamento e schizofrenia che la rendono più ‘moderna’ di altre sue contemporanee.
Un discorso a parte, considerato che lo stesso Bonfatti concorda nell’attribuire a Schelmuffsky il connotato di unicum, meritano forse i numerosi rimandi al Simplicissimus Teutsch di Grimmelshausen che compaiono nell’introduzione e nelle note; si tratta perlopiù di confronti statuiti al fine di osser-vare l’atteggiamento dei due autori riguardo a determinati motivi, come ad esempio la scatologia (p. 260, n. 9), cui Reuter ricorre in maniera inaspettatamente sporadica, e che invece impronta di sé molte pagine del grande romanzo di Grimmelshausen. Tuttavia, il lettore meno smaliziato potrebbe cadere qui nella tentazione di annoverare anche Schelmuffsky tra gli epigoni della monumentale autobiografia simpliciana, sen-za dubbio infinitamente più profonda e complessa delle alcoliche memorie del perdigior- no di Schelmerode, ma testimone di un altro momento storico e soprattutto di un’altra concezione del romanzo, insieme satirica e poliistorica; è il caso allora di riproporre, ultimata la lettura di avventure bislacche fin che si vuole, ma che, come afferma giustamente Bonfatti, “fanno pensare a lungo anche dopo che il libro è stato riposto” (p. xv), l’acuto giudizio con cui Ladislao Mittner faceva suggellare il secolo del Barocco proprio da Schelmuffsky, testo stranito e un po’ spettrale che “vibra un colpo irreparabile ad un tempo al romanzo di cappa e spada ed al romanzo picaresco”.