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Nella seconda metà degli anni Sessanta Alessandro Passerin d’Entreves affrontò, con i saggi poi raccolti in Obbedienza e resistenza in una società democratica, i problemi dell’obiezione di coscienza e della disobbedienza civile. Si trattava di temi nuovi per il liberalismo italiano, se si considera che uno dei maestri di Passerin, Francesco Ruffini, aveva escluso in Diritti di libertà (1926) la legittimità, nel moderno Stato di diritto, di qualsiasi forma di “diritto di resistenza”. Passerin dovette essere spinto ad affrontare questi temi anche dagli eventi a lui contemporanei: il movimento statunitense per i diritti civili; la diffusione dell’obiezione alla leva militare nei paesi occidentali; l’esperienza ancora relativamente recente del Satyagraha indiano di Gandhi.
Tutte queste esperienze di lotta politica non violenta, e molte altre ancora, sono ora oggetto dei saggi raccolti nel volume curato da Timothy GartonAsh e Adam Roberts. Come sempre accade in opere del genere, la qualità dei saggi è varia: assai robusto storiograficamente è il contributo di Charles Maier sulla fine della Repubblica democratica tedesca; appassionate e ricche di riferimenti sono le conclusione di GartonAsh, che fu peraltro diretto testimone delle rivoluzioni dell’Est Europa. Ad attraversare i saggi è comunque una summa divisio tra le forme di disobbedienza civile, quella tra forme fondate su una concezione morale “forte” di rifiuto assoluto della violenza e forme per così dire “pragmatiche”. Queste ultime sostengono la maggior efficacia pratica, per abbattere regimi autoritari e costruire società democratiche, del ricorso alla disobbedienza civile, soprattutto per evitare che il “mezzoviolento inquini il fine” della lotta democratica, pregiudicandone il successo duraturo. Un esempio del primo approccio può essere rappresentato dal pensiero gandhiano, con la sua enfasi sull’adesione intima, nel suo foro interno, dell’individuo a una concezione della vita non-violenta. E tuttavia merita rilevare che nel suo contributo al volume Judith Brown insiste sulla necessità di distinguere tra la posizione filosofica di Gandhi e la sua concreta azione politica, non aliena da un orientamento più pragmatico. Un esempio del secondo approccio è dato da Gene Sharp che con la sua Albert Einstein Institution promuove la diffusione di tecniche di resistenza non-violenta (l'organizzazione di sit-in, di scioperi della fame, di forme di non collaborazione con le istituzioni): la figura di Sharp è salita agli onori delle cronache in occasione degli eventi della primavera araba, quando i suoi manuali, diffusi sul web, hanno ispirato le proteste in Tunisia ed Egitto. Ma un’influenza è rinvenibile anche nel movimento Otpor in Serbia che condusse alle dimissioni di Milosevic nel 2009, nella Rivoluzione delle rose in Georgia nel 2002 e nella Rivoluzione arancione in Ucraina della fine del 2004.
Questo approccio tecnico richiama un po’ quello sostenuto da Larry Diamond in Lo spirito della democrazia. Diamond, docente dell’Università di Stanford, è uno dei massimi studiosi dei processi di democratizzazione. Il volume rappresenta un ripensamento delle strategie di democratizzazione perseguite negli anni Novanta e nel primo decennio del 2000, sull’onda dell’entusiasmo per quella che fu interpretata da Samuel Huntington come la “terza ondata” dei processi di democratizzazione (la fine delle dittature in Spagna, Portogallo, Grecia e in America Latina, il crollo dei regimi comunisti). Quindi se in precedenza l’enfasi era stata riposta sulla definizione della cornice costituzionale e sul processo elettorale, ora Diamond propone una visione più complessiva, dove i prerequisiti della democratizzazione sono rappresentati dalla promozione dello Stato di diritto, di una viva società civile e di un'economia di mercato ben regolata e non corrotta.
Si tratta di un indubbio progresso. Eppure in questa impostazione, come nella visione “pragmatica” della disobbedienza civile, qualcosa non convince. L’impressione è che si rimanga fermi alle “tecniche” di ingegneria costituzionale offerte dalla scienza politica. Mentre i processi di instaurazione della democrazia necessitano in primo luogo di un’“energia morale”: la rivendicazione di diritti e libertà non nasce immediatamente come richiesta di garanzie giuridiche, bensì da un’esigenza di riaffermazione della dignità umana, dove il concetto di “dignità” implica anche l’orientamento degli spazi di libertà che si richiedono verso fini di perfezionamento morale, verso, come si diceva un tempo, gli “ideali dell'umanità”.
Ne è stato un esempio, per tornare ai contenuti dei due volumi, il pensiero di VaclavHavel, con la sua esigenza di una vita “nella verità” da opporre alla “vita nella menzogna” del “regime post-totalitario”, una vita nella verità da intendere nell'’infinita pluralità delle sue forme e e dove la responsabilità morale deriva, in una visione che molto risente di Levinas, dall’aspirazione del singolo gettato nella materialità dell'esistenza al ricongiungimento con l’istanza trascendente dell’unitarietà dell’Essere.
Albert Hirschmann, lo ricorda anche Charles Maier nel suo contributo, ha evidenziato come questa tensione morale sia difficile da mantenere a lungo. Ciò è tanto più vero, e anche questo è un paradosso ben noto, in società che, proprio grazie a quella tensione, si incamminino con successo sulla via della modernizzazione politica ed economica, dando vita a società democratiche pluraliste, secolarizzate e inevitabilmente individualistiche, con una certa tendenza all’edonismo, al disinteresse per i valori umanistici e religiosi.
Ma questa riflessione ci induce ad avanzare interrogativi angoscianti sulle nostre democrazie occidentali: solidissime “tecnicamente”, dal punto di vista della scienza politica, lo appaiono ben meno da quello di una storia etico-politica. Il principale fattore di legittimazione delle nostre democrazie dopo la Seconda Guerra mondiale è stato infatti dato, prima che dalla loro “energia morale”, dalla loro capacità di diffondere il benessere materiale attraverso la crescita economica, il Welfare State, la mediazione tra i diversi interessi economici organizzati. Quando questo meccanismo si è inceppato, negli anni Settanta, è sembrata profilarsi (così la interpretò Nicola Matteucci) una rinascita del liberalismo dagli aspetti eterogenei : da un lato la polemica liberista nei confronti dello Stato sociale burocratico e neocorporativo; dall'altra la rivendicazione di nuove sfere di libertà individuali da parte di soggetti non rappresentati nelle forme politiche e sindacali organizzate, ricalcate sul tradizionale conflitto di classe (le donne, le minoranze sessuali). Ma anche questa presunta rinascita ha dato in realtà frutti controversi. Sul piano economico non si è ripensato a fondo lo Stato sociale divenuto insostenibile economicamente e si è cercato di perpetuare il mantenimento dei livelli di benessere materiale attraverso la sola apertura dei movimenti di capitale (oltre che con la promozione dell'indebitamento. Pubblico in Europa, privato negli USA). Si è trattato insomma, per riprendere una distinzione avanzata da Peter Marsh e ripresa da Eugenio Biagini, di un liberismo più simile a quello della Francia di Napoleone III, interessato unicamente alla produzione della ricchezza, piuttosto che a quello britannico di Cobden, interessato alla libertà economicacome strumento di libertà ed emancipazione orale degli individui. Sul piano delle libertà civili, al di là delle diverse intenzioni, a volte autenticamente liberali, dei movimenti protagonisti di queste lotte, l'acquisizione di ulteriori spazi di libertà non è apparsa come la conseguenza della richiesta della libertà individuale quale necessario prerequisito dell'esercizio della responsabilità morale. Essa è sembrata piuttosto il risultato della rivendicazione di spazi di non interferenza pura e semplice, in società che a tratti non sembrano più propense a pensare in termini morali, al di là della materiale quotidianità, e appaiono cioè incapaci di concepire quell' “energia morale” cui sopra si è fatto riferimento.
(questa recensione riguarda anche un altro libro: Timothy GartonAsh, Adam Roberts (eds.), Civilresistance and powerpolitics: the experience of non-violentaction from Gandhi to the present.Oxford, Oxford University Press, 2011, pp.432).